Il nuovo decreto del presidente della Repubblica, n. 146 del 2018, istituisce una banca dati elettronica nazionale, che sostituisce i registri cartacei previsti dal regolamento UE n. 517/2014 del 16 aprile 2014, in vigore dal 9 giugno 2014, discusso nel precedente post.

Si ricorda che il regolamento non richiede registro d’impianto, detto volgarmente libretto, se la carica totale è inferiore alle cinque tonnellate equivalenti di CO2.

Nel decreto, in particolare, si mette in pratica il paragrafo 2 dell’articolo 6 del regolamento riguardo ai registri d’impianto: “A meno che i dati di cui al paragrafo 1 non siano conservati in una banca dati creata dalle autorità competenti degli Stati membri, si applicano le seguenti norme…”

Il regolamento prevedeva infatti sin dal 2014 un’alternativa telematica alla tenuta dei registri cartacei; il decreto adotta proprio questa alternativa, abolendo i registri cartacei, a favore della versione elettronica sul sito F-gas.

Nella sostanza, si tratta di un nuovo metodo di lavoro, senza nuovi obblighi.

Finiscono in banca dati anche le vendite di solo refrigerante o di impianti non ermetici precaricati di F-gas, come quando un distributore di componenti vende una bombola di gas a un frigorista o un negozio di elettrodomestici vende un’aria condizionata precaricata a un privato.

Non si registrano, invece, i monoblocchi precaricati e gli impianti venduti scarichi, purché la carica non ecceda i limiti già ricordati.

Dubbi interpretativi

Fonti autorevoli ritengono che il decreto imponga l’obbligo di registrazione degli interventi sul circuito frigorifero, indipendentemente dalla carica totale dell’impianto.

Vale dunque la pena di spiegare perché chi scrive questa pagina abbia un’opinione diversa.

Si parta dall’installazione di apparecchiature soggette a registro e si consideri il comma 4 dell’articolo 16 del decreto, che recita: “… a seguito dell’installazione delle apparecchiature di cui all’articolo 4, paragrafo 2, lettere da a) ad f) , del regolamento (UE) n. 517/2014…”

Si impone qui l’obbligo di registrazione dell’installazione nella banca dati telematica e ci si riferisce all’articolo 4, paragrafo 2, del regolamento, che dispone: “Il paragrafo 1 [dello stesso articolo] si applica agli operatori delle seguenti apparecchiature contenenti gas fluorurati a effetto serra; [segue un elenco dalla lettera a alla g]…”

Se volessimo omettere la prima frase del paragrafo e riferirci al solo elenco, nella parte che va dalla lettera a alla f, dovremmo concludere che tutti gli impianti frigoriferi sono soggetti a registrazione, indipendentemente dalla carica di refrigerante.

Ad avviso di chi scrive, invece, va considerato il paragrafo intero e il rimando serve soltanto a circoscrivere l’ambito d’applicazione alle attrezzature relative alle lettere dalla a alla f, escludendo la lettera g, relativa ai cicli Rankine a fluido organico.

Per fugare il dubbio, si esamini l’articolo 1 del decreto, intitolato “Finalità e oggetto”: “1. Il presente decreto disciplina le modalità di attuazione del regolamento (UE) n. 517/2014 e dei relativi regolamenti di esecuzione della Commissione europea…”

Lo scopo e l’ambito di applicazione del decreto sono limitati ai regolamenti della Commissione, non si intende introdurre nuovi obblighi al di là di quanto già previsto, se non dare forma attuativa concreta alle disposizioni.

Al punto g dello stesso comma 1, si prosegue sulla stessa linea: “disciplina la costituzione e la gestione di una banca dati per la raccolta e la conservazione delle informazioni relative alle vendite di gas fluorurati a effetto serra e delle apparecchiature di cui all’articolo 6 del regolamento (UE) n. 517/2014, nonché alle attività di installazione, manutenzione, riparazione e smantellamento di dette apparecchiature”.

Il citato articolo 6 del regolamento si riferisce proprio alle attrezzature soggette a registro d’impianto, in base alle cariche in esse contenute.

Per completezza riportiamo anche il punto h dello stesso comma: “individua i sistemi di comunicazione delle informazioni di cui all’articolo 20, del regolamento (UE) n. 517/2014, per la raccolta di dati sulle emissioni dei settori rientranti nel campo di applicazione del regolamento medesimo”.

Il citato articolo 20 del regolamento riguarda la “Raccolta di dati sulle emissioni” e recita: “Gli Stati membri istituiscono sistemi di comunicazione delle informazioni per i settori pertinenti contemplati dal presente regolamento, al fine di acquisire, nella misura del possibile, dati sulle emissioni.”

Si potrebbe giustificare così la registrazione dei piccoli impianti ai fini statistici, per misurare le emissioni, se non fosse che tali registrazioni sono frammentarie e incomplete, per ragioni pratiche, e si sovrappongono alla statistica certamente più affidabile delle quantità immesse sul mercato e comunicate da produttori e importatori, oltre ai dati forniti dai venditori, che catturano le stesse informazioni a monte, in maniera cumulata e più attendibile.

Si conclude pertanto l’argomentazione contro l’obbligo di registrazione degli impianti sotto una certa carica, ma preme ricordare a tutti, independentemente dagli obblighi di registrazione, che permangono tutte le restanti obbligazioni ogni volta che si mette mano a un circuito, anche se contenente un solo grammo di F-gas.

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Il nuovo regolamento UE n. 1095/2015 del 5 maggio 2015, in vigore dal 28 luglio 2015, introduce alcuni obblighi d’efficienza energetica e di documentazione per certe attrezzature frigorifere.

I regolamenti comunitari divengono legge in tutti gli stati membri nel momento di entrata in vigore, senza necessità di eventuali misure di esecuzione, e automaticamente sostituiscono le disposizioni nazionali contrastanti.

In questo caso, i primi effetti pratici si sono avuti dal primo luglio 2016 e altri se ne avranno dal primo luglio 2018.

Le attrezzatture frigorifere interessate sono sommariamente classificate come segue.

  • Armadi refrigerati prodotti in serie con gruppo incorporato.
  • Unità motocondensanti ad aria vendute senza evaporatore.
  • Chiller per bassa o media temperatura prodotti in serie.

Ci si occuperà della seconda categoria, che comprende anche le centrali frigorifere con condensatore a bordo.

Il regolamento punta a risparmi energetici crescenti, fino ad arrivare a 16 TWh annui nel 2030. Tradotto in euro — dal punto di vista degli utenti e assumendo un costo medio futuro in Europa di 0.10 €/kWh — si arriva a 1.6 miliardi d’euro l’anno di risparmi.

Il regolamento è collegato alla direttiva CE n. 125/2009 sulla progettazione ecocompatibile. La Commissione stima che la direttiva genererà ricavi per le industrie per 55 miliardi d’euro l’anno e risparmi per le famiglie per 490 euro l’anno.

Nel caso delle unità motocondensanti, da una certa taglia in su, i risparmi sperati dovrebbero derivare dall’introduzione d’un parametro riassuntivo dell’efficienza energetica, detto indice di prestazione energetica stagionale, ovvero SEPR, che deve essere obbligatoriamente dichiarato dai costruttori e deve avere un valore minimo dipendente dalla capacità frigorifera.

La tabella seguente riporta i valori richiesti per le due categorie d’esercizio, qua identificate come TN e BT, definite dalla temperatura d’evaporazione di -10 e -35 °C, rispettivamente.

Efficienza minima motocondensanti

CategoriaResa P in kWCriterio2016-07-012018-07-01
TNP < 0.2nessuno//
TN0.2 ≤ P ≤ 1COP1.201.40
TN1 < P ≤ 5COP1.401.60
TN5 < P ≤ 20SEPR2.252.55
TN20 < P ≤ 50SEPR2.352.65
TN50 < Pnessuno//
BTP < 0.1nessuno//
BT0.1 ≤ P ≤ 0.4COP0.750.80
BT0.4 ≤ P ≤ 2COP0.850.95
BT2 < P ≤ 8SEPR1.501.60
BT8 < P ≤ 20SEPR1.601.70
BT20 < Pnessuno//
Efficienza minima delle motocondensanti dal primo luglio 2016 e dal primo luglio 2018

Il calcolo del SEPR utilizza il bin method, già spiegato nel precedente articolo sul risparmio energetico del ReFreeX in diverse località geografiche.

Invece d’una località geografica reale, si sceglie una distribuzione di temperatura in 54 fasce, rappresentativa dell’Unione europea; la media è di 10.7 °C, praticamente la stessa di Bruxelles.

Invece d’eseguire il calcolo esatto delle rese e dell’efficienza in tutte le fasce, se ne selezionano quattro, da cui le altre sono calcolate per interpolazione lineare.

Il metodo esatto è sintetizzato dalle seguenti formule.

    \begin{align*} n       &:= 58                                          && \text{( number of data bins                  )}\\% J       &:= \{1,\ldots,n\}                              && \text{( bin-index set                        )}\\% K       &:= \{A,B,C,D\}\subseteq J                      && \text{( interpolation subset                 )}\\% j       &:= \text{[variable index in $J$]}              && \text{( referred to $j$-bin                  )}\\% k       &:= \text{[variable index in $K$]}              && \text{( referred to $k$-bin                  )}\\% T_j     &:= \text{[listed in Table VI]}                 && \text{( $j$-bin outdoor temper.$ $           )}\\% h_j     &:= \text{[listed in Table VI]}                 && \text{( $j$-bin duration                     )}\\% T_A     &:= 32\ {}^\circ\text{C}                        && \text{( reference outdoor temper.$ $         )}\\% T_B     &:= 25\ {}^\circ\text{C}                        && \text{( $B$-bin outdoor temper.$ $           )}\\% T_C     &:= 15\ {}^\circ\text{C}                        && \text{( $C$-bin outdoor temper.$ $           )}\\% T_D     &:=  5\ {}^\circ\text{C}                        && \text{( $D$-bin outdoor temper.$ $           )}\\% P_k     &:= \text{[input]}                              && \text{( cooling capacity at $T_k$            )}\\% P_j     &:= \text{[interpolated from values in $K$]}    && \text{( cooling capacity at $T_j$            )}\\% D_k     &:= \text{[input]}                              && \text{( power input      at $T_k$            )}\\% COP_k   &:= P_k/D_k                                     && \text{( coeff.$ $ of perform.$ $ at $T_k$    )}\\% COP_j   &:= \text{[interpolated from values in $K$]}    && \text{( coeff.$ $ of perform.$ $ at $T_j$    )}\\% \eta    &:= \begin{cases}% 0.2 &\text{for low temp.}   \\% 0.4 &\text{for medium temp.}  % \end{cases}                                 && \text{( variable load                        )}\\% \eta_j  &:= \begin{cases}% 1                       &\text{for }T_A{\leqslant}T_j   \\% \frac{T_j-T_D}{T_A-T_D} &\text{for }T_D{<}T_j{<}T_A     \\%                     0                       &\text{for }T_j{\leqslant}T_D     %                 \end{cases}                                 && \text{( variable load ratio at $T_j$         )}\\% \end{align*}

    \begin{align*}     PR_j    &:= \eta\cdot\eta_j+1-\eta                      && \text{( part load ratio at $T_j$             )}\\%     od_j    &:= P_A\cdot PR_j                               && \text{( $j$-bin cooling demand               )}\\%     aod     &:= \sum_{j\in J}od_j\cdot h_j                  && \text{( annual cooling demand                )}\\%     Cdc     &:= 0.25                                        && \text{( degradation coefficient              )}\\%     s_j     &:= \begin{cases}%                     0                       &\text{for }T_A{\leqslant}T_j   \\%                     1-od_j/P_j              &\text{for }T_j{<}T_A             %                 \end{cases}                                 && \text{( capacity surplus at $T_j$            )}\\%     \delta_j&:= s_j\cdot Cdc                                && \text{( degradation coeff.$ $ at $T_j$       )}\\%     PD_j    &:= (1-\delta_j)\cdot COP_j                     && \text{( degradated COP at $T_j$              )}\\%     aec     &:= \sum_{j\in J}od_j\cdot h_j/PD_j             && \text{( annual el.$ $ consumption            )}\\%     SEPR    &:= aod/aec                                     && \text{( seasonal energy perf.$ $ ratio       )}\\% \end{align*}

Un calcolatore online è disponibile gratuitamente.

Il regolamento suggerisce d’applicare un coefficiente di degradazione, Cdc, per tener conto dei cicli d’accensione e spegnimento dovuti all’esubero di resa nella parte meno calda dell’anno, corrispondente a tutte le fasce sotto la A. In queste fasce si usa la «capacità di raffreddamento dichiarata», che per le macchine parzializzate corrisponde al gradino di parzializzazione più basso, tra quelli sufficienti a soddisfare il carico. Uno studio commissionato dall’Unione spiega come applicare questo coefficiente e giustifica la formula sopra.

Per le miscele di refrigeranti, la temperatura d’evaporazione di -10 e -35 °C è interpretata qua come temperatura del punto di rugiada.

Come surriscaldamento, infine, si è deciso qua d’adottare 5 K, in quanto valore realistico e accettato come input dai software dei costruttori di compressori. La decisione richiede tuttavia un’accurata giustificazione; per cui si parte da due definizioni ufficiali del regolamento.

q) «bassa temperatura»: l’unità di condensazione è in grado di garantire la sua capacità nominale di raffreddamento a una temperatura di vapore saturo pari a -35 °C;

r) «capacità nominale di raffreddamento»: la capacità di raffreddamento che l’unità di condensazione, a pieno carico e collegata a un evaporatore e a un dispositivo di espansione, consente di raggiungere nel ciclo di compressione del vapore, misurata alle condizioni nominali standard e alla temperatura ambiente di riferimento di 32 °C, espressa in kW;

La combinazione delle due definizioni s’interpreta qua come segue.

q+r) «capacità nominale di raffreddamento in BT»: la capacità di raffreddamento che l’unità di condensazione, a pieno carico e collegata a un evaporatore e a un dispositivo di regolazione, consente di raggiungere nel ciclo di compressione del vapore, misurata alle condizioni d’evaporazione di -35 °C e alla temperatura ambiente di riferimento di 32 °C, espressa in kW;

Un prestigioso costruttore nazionale ha interpretato invece la definizione prendendo la resa del software Dorin con gas aspirato a +20 °C, secondo la norma EN 12900:2013.

Ad avviso di chi scrive, la questione è legata alle sfumature della lingua italiana, oltre che alla mancanza di chiarezza del regolamento. Alla voce nominale dell’enciclopedia online della Treccani, il terzo significato enuncia: «Che esiste soltanto di nome, o non ha comunque esistenza reale o valore effettivo …» La seconda parte del quarto significato, invece, enuncia: «In elettrotecnica, valore n. di una grandezza (tensione n., intensità n. di corrente, potenza n., ecc.), il valore per il quale una macchina o un apparecchio elettrico è stato progettato, costruito e collaudato e al quale ci si deve riferire per avere la garanzia di un normale funzionamento (tali valori sono riportati, a cura del costruttore, sulla macchina o sull’apparecchio generalmente in un’apposita targa).»

Il primo significato è di facciata; il secondo è di progetto.

Lo stesso costruttore usa il termine «nominal» per la traduzione inglese, mentre il regolamento usa rated, definito come segue dall’Oxford Dictionary: «Of a numerical characteristic or property: having the value that a device, apparatus, etc., is designed to operate at or attain under normal conditions, or at which other characteristics are evaluated.»

Quindi nominale deve essere inteso come di progetto; i +20 °C di temperatura aspirata, invece, con evaporazione a -35 °C e surriscaldamento utile al 100%, sono solo di facciata, con buona pace dei costruttori di compressori. Si noti poi che la EN 12900 consente anche di riportare i dati con surriscaldamento 10 K.

Tornando ora alla definizione formale, la resa deve essere misurata una volta collegato un evaporatore e un dispositivo di regolazione; non è consentito aggiungere uno scambiatore di calore, a meno che non sia già a bordo dell’unità motocondensante; perciò si è costretti a considerare un surriscaldamento realistico. Di nominale resta solo la temperatura d’evaporazione costante.

Nella seguente tabella si riportano gli elementi del calcolo del SEPR dei due impianti già descritti nel suddetto articolo, aggiungendo per il BT la variante a R407F, anziché R404A, con i dati dal software Bitzer v6.5.0 rev1607.

Elementi del SEPR

ItemSymbolUnitValueValueValue
Refrigerant//R404AR407FR134a
Evaporating temperaturet°C-35-35-10
Annual electricity consumptionQkWh528214642046533
Seasonal energy performance ratioSEPR/1.6381.7083.711
No-interpolation differencev1/0.14 %0.03 %0.49 %
Realistic-load differencev2/-0.44 %-0.42 %0.22 %
Variable-evaporation differencev3/3.57 %1.76 %6.10 %
Rated cooling capacity at 32 °CP_AkW11.61410.64128.112
Rated power inputD_AkW10.3759.06810.857
Rated COPCOP_A/1.1191.1732.589
Rated cooling capacity at 25 °CP_BkW13.88912.592
30.965
Rated power inputD_BkW10.2808.89310.289
Rated COPCOP_B/1.3511.4163.010
Rated cooling capacity at 15 °CP_CkW17.14815.34534.849
Rated power inputD_CkW10.0038.5679.198
Rated COPCOP_C/1.714
1.7913.789
Rated cooling capacity at 5 °CP_DkW20.30818.04938.361
Rated power inputD_DkW9.4578.1537.488
Rated COPCOP_D/2.1472.2145.123
Capacity control//fixedfixedfixed
Degradation coefficientCdc/0.250.250.25
Elementi del calcolo del SEPR per tre impianti scelti

I tre decimali dopo il punto servono solo per eventuali verifiche numeriche; non corrispondono all’incertezza di misura, che è molto più alta.

Le varianti da v1 a v3 si riferiscono a metodi di calcolo alternativi, simili all’articolo: la v1 calcola le prestazioni su ogni fascia, anzichè interpolarle dalle quattro principali; la v2 simula il carico termico in maniera realistica; la v3 calcola la temperatura d’evaporazione effettiva, con cella TN a 0 °C e BT a -25 °C, anziché usare il coefficiente di degradazione.

L’approssimazione del SEPR rispetto ai metodi di calcolo alternativi è sorprendentemente buona. Il coefficiente di degradazione, concepito per i frigoriferi domestici, controbilancia la variabilità effettiva della temperatura d’evaporazione, non contemplata dal regolamento. Il valore finale rappresenta ragionevolmente bene l’efficienza energetica della motocondensante.

Il valore Q in tabella corrisponde al symbolo aec nelle formule sopra; tuttavia non necessita a posteriori di sommatorie, in quanto può essere ottenuto dividendo P_A per il SEPR, moltiplicando il tutto per 6143 ore per la TN e 7450 ore per la BT. Il SEPR stesso, invece, non può essere ottenuto linearmente dai P_k e COP_k con k in \{A,B,C,D\}, a causa della non linearità indotta dal coefficiente di degradazione.

Nei calcoli del SEPR, di specifico per il ReFreeX c’è solo la bassa temperatura di condensazione in condizioni invernali; al costruttore basterebbe omettere la parzializzazione della condensazione per ottenere le stesse prestazioni del ReFreeX sul lato della motocondensante. Toccherebbe poi all’acquirente della motocondensante il compito d’installare un dispositivo d’alimentazione del refrigerante liquido idoneo per la bassa temperatura di condensazione.

Quel che invece non si può fare è vendere un’unità con condensazione parzializzata, esponendo un SEPR con condensazione non parzializzata; va almeno indicato nel manuale che occorre disattivare la parzializzazione dopo aver esequito il collaudo e prima della messa in esercizio.

Con il tempo si spera di poter contare sul SEPR esposto dal costruttore, come parametro oggettivo d’efficienza. Il regolamento deve essere ancora digerito. Si segnala ad esempio che un prestigioso costruttore asiatico ha presentato dei dati in cui la stessa macchina ha una pari capacità frigorifera e un miglior SEPR se utilizzata a R407A piuttosto che a R407F. Sulla scheda della stessa macchina, inoltre, si indica pari capacità e assorbimento con aria esterna a 15 e 5 °C; per cui ci si chiede se sia stato correttamente conteggiato l’assorbimento dei ventilatori del condensatore.

In sintesi, il giudizio sul nuovo regolamento, per la parte relativa alle motocondensanti, è che si tratti d’un passo avanti, sebbene sia stato concepito e scritto male.

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Il nuovo regolamento sugli F-gas dovrebbe stimolare nei prossimi mesi il retrofit da R404A e R507A ad altri refrigeranti.
Trattandosi di modifiche al parco macchine esistente, le variabili sono molte e l’analisi è complessa, come al solito.
Questo articolo tratta di un esempio concreto di retrofit di un impianto TN da R404A a R134a, argomento proposto da un frigorista di Prato attivo nell’Assofrigoristi.
Si analizza l’efficienza energetica derivante dal retrofit a R134a con e senza l’abbinamento al ReFreeX.

Descrizione dell’impianto e dell’applicazione

L’impianto in oggetto è stato recuperato da una cella per la logistica dei fiori, di origine olandese; comprende una motocondensante Bitzer da 3 hp a R404A e un evaporatore a soffitto Goedhart con due ventole da 400 mm a sei poli.
Il nuovo utilizzo è per conservazione di generi vari con temperatura sino a 0 °C, in una cella di misure interne m 7 x 5 x 3.54 h, in pannelli da 100 mm di spessore.

Metodo di calcolo

I consumi sono stati calcolati in quattro differenti modalità.

  • impianto originale a R404A
  • impianto con retrofit a R134a senza adozione del ReFreeX
  • impianto senza retrofit a R134a ma con adozione del ReFreeX
  • impianto con retrofit a R134a e adozione del ReFreeX

Per ciascuna modalità sono state considerate sei distinte località geografiche, ordinate da sud a nord: Palermo, Napoli, Roma, Milano, Berlino, Kaunas.
In ciascuna località geografica e per ciascuna modalità è stato adottato il metodo dei data bin, già descritto nel precedente articolo sul risparmio energetico.

Risultati del calcolo

I risultati del calcolo sono riassunti nella tabella e nel grafico seguente.

LocalitàTemperatura mediaConsumo impianto tradizionale a R404ARisparmio con retrofit tradizionale a R134aRisparmio con ReFreeX a R404ARisparmio con ReFreeX e retrofit a R134a
°CkWh/ anno%%%
Palermo18.51638412.2 %28.3 %34.6 %
Napoli15.51378712.3 %31.6 %37.5 %
Roma15.31356712.3 %31.9 %37.7 %
Milano12.51118512.4 %34.7 %40.3 %
Berlino9.9873712.4 %38.2 %43.3 %
Kaunas6.9624112.5 %40.9 %45.8 %
Consumo annuo degli impianti tradizionali e risparmio del ReFreeX in varie località geografiche, in eventuale abbinamento al ReFreeX.
fig_retrofit
Il fatto che con il retrofit a R134a si risparmi circa il 12% di consumo non significa che gli impianti a R134a consumino il 12% in meno in genere, in quanto il paragone è stato fatto a parità di componenti ma non a parità di resa frigorifera.
Con il retrofit a R134a, l’impianto rende in estate il 31% circa in meno rispetto all’R404A; il retrofit a R134a è indicato quando la resa originale è abbondante o quando il condensatore è scarso.
Il risparmio combinato del ReFreeX e del retrofit a R134a va dal 35% circa di Palermo al 46% circa di Kaunas; visto il precedente articolo sul risparmio energetico ci si sarebbe aspettati di più, ma nel caso in questione il condensatore della motocondensante ha un alto consumo, il che riduce parte del vantaggio del ReFreeX.
In ogni modo, l’esame di un caso specifico e concreto può risultare utile per orientarsi nella scelta del retrofit.

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Quale risparmio energetico possiamo attenderci da un impianto frigorifero ReFreeX rispetto a un impianto tradizionale con termostatica meccanica e sbrinamento elettrico?

Questa domanda l’ha posta alcuni giorni fa un valente frigorista della provincia di Napoli, a seguito di una richiesta di un suo cliente della provincia di Salerno, presso il quale aveva installato cinque impianti ReFreeX da 30 hp, al servizio di celle in bassa temperatura.

La domanda è semplice, ma la risposta precisa lo è meno, come si vedrà.
Per assegnarle un significato ben definito, la domanda è riformulata come segue.

Siano dati due magazzini identici, all’interno dei quali siano ospitate due celle identiche, soggette allo stesso carico di lavoro, dotate di impianti, che differiscano tra loro solo per il fatto che adottano la tecnologia ReFreeX nel primo magazzino e la tradizionale nel secondo. Siano entrambi i magazzini esposti alle stesse condizioni climatiche. Quale risparmio si ottiene con gli impianti ReFreeX?

Viste le premesse, il risultato dipenderà dalle condizioni climatiche, dal magazzino, dalla cella, dall’utilizzo della stessa, dall’impianto esaminato.

Metodo dei data bin

Un suggerimento per il metodo di calcolo adeguato è fornito nel capitolo 32 del manuale ASHRAE 2005–Fundamentals.
Gli impianti frigoriferi hanno un’efficienza variabile con le condizioni climatiche esterne; quando la temperatura esterna cala, così pure fa la temperatura di condensazione, con aumento dell’efficienza dell’impianto.
Per questo di tipo di analisi occorre adottare il bin method, in cui le temperature esterne annue sono suddivise in intervalli, i cosiddetti bin.
Si specificano il numero di ore annue in cui la temperatura esterna si mantiene all’interno di ciascun bin; numero che andrà a moltiplicare il consumo istantaneo calcolato per quel bin, per poi essere sommato su tutti i bin.
A titolo di confronto, il metodo semplificato di adottare esclusivamente la temperatura media annua conduce a un errore di stima del risparmio energetico fino al 2%.

Strumento di calcolo

I calcoli che seguono sono stati eseguiti all’interno di Microsoft Excel. Alcune equazioni sono state risolte mediante codice VBA (Visual Basic for Application), creato allo scopo, quindi verificate mediante formule di Excel senza codice VBA, per maggior sicurezza.

Condizioni climatiche

Il dipartimento statunitense per l’energia mette a disposizione gratuitamente dati climatici storici di varie località sparse per il mondo.
I dati, raccolti in formato epw, sono stati letti e elaborati per questo post mediante il software gratuito DView 1.25, da cui sono stati esportati i data bin in formato testo, per la lettura in Excel.

Temperature all’interno dell’edificio che ospita la cella

Qui iniziano le dolenti note. Chi si occupa di impianti frigoriferi può passare l’intera carriera a elaborare bilanci termici per eccesso. Installare 100 cavalli di potenza, laddove 90 sono sufficienti, non è considerato un errore: è semplicemente un margine di sicurezza.
Per lo scopo del presente articolo, invece, una stima per eccesso costituisce errore, tanto quanto una stima per difetto. Siamo in un campo minato, ove chi scrive non ha alcuna pratica.
Gioco forza, una qualche stima va assunta; per cui si procede come segue.
La temperatura del suolo sottostante la cella è presunta coincidere con la temperatura esterna media annua della località.
La temperatura dell’aria che lambisce le pareti esterne della cella, all’interno dell’edificio, è stimata mediante metodi d’interpolazione riservati di chi scrive, nel rispetto del vincolo di crescere al crescere della temperatura esterna, mantenendosi sempre, algebricamente, tra la temperatura esterna e quella del suolo. Si presume inoltre che l’edificio sia eventualmente riscaldato per non finire mai al di sotto di 0 °C.
La temperatura dell’aria che lambisce il soffitto esterno della cella, all’interno dell’edificio, è stimata in eccesso della temperatura dell’aria lambente le pareti.
Il metodo di calcolo non è pubblico, ma un estratto dei risultati ottenuti sono qui riportati.

Esterno MediaPareteSoffitto MediaPareteSoffitto MediaPareteSoffitto
-305.00.02.015.00.03.025.00.04.0
-205.00.02.015.00.03.025.02.56.5
-105.00.02.0
15.02.55.525.07.511.5
05.03.05.015.07.510.525.012.516.5
105.08.012.015.012.515.525.017.521.5
205.014.018.015.019.024.025.022.526.5
305.020.024.015.027.032.025.029.035.0
405.026.030.015.035.040.025.037.043.0
Andamento presunto delle temperature in °C all'interno degli edifici, in base alla temperatura esterna istantanea e alla sua media annua. Le temperature sono stimate vicino alla parete della cella frigorifera e vicino al soffitto della stessa. La temperatura a pavimento è presunta uguale alla media annua esterna.

Oltre agli errori derivanti dalla stima delle condizioni interne, si aggiunge qui una forzatura del modello idealizzato, che presume che le temperature interne si adeguino istantaneamente a quelle esterne.

Prestazioni del compressore

Si considera un compressore Bitzer modello 4GE-30Y, funzionante a R404A e R134a, rispettivamente, per le celle BT e le celle TN, con surriscaldamento di 5 K all’uscita dell’evaporatore, e sottoraffreddamento nullo all’uscita del condensatore.
I dati forniti dal software Bitzer v6.4.1, con resa e consumo, sono esportati in automatico in un file Excel, da cui sono copiati in una tabella all’interno del foglio di lavoro del file Excel, nel quale è svolto il calcolo.
Il campo di temperatura d’evaporazione è tra -25 e -43 °C, a intervalli di 3 K, per l’R404A; e tra -5 e -19 °C, a intervalli di 2 K, per l’R134a. Il campo di condensazione è tra -10 e +50 °C, a intervalli di 20 K, per l’R404A; e consiste nell’insieme dei valori {0 °C, 15 °C, 30 °C, 50 °C}, per l’R134a.
I dati nella condizione più bassa di condensazione non sono forniti dal software Bitzer, ma sono derivati mediante la libreria NIST REFPROP 9.1, imponendo la stessa portata in massa e la stessa efficienza isentropica dedotta dal COP fornito dal software Bitzer, alla più bassa temperatura di condensazione disponibile, a pari temperatura di evaporazione.
Alle condizioni di -37/+10 °C con R404A, ad esempio, il software Bitzer riporta 19637 W di resa e COP 2.50; da queste mediante libreria REFPROP si calcola una portata in massa di 519 kg/ ora e un’efficienza isentropica di 0.640; questo vincolo conduce a 23660 W di resa e un COP di 4.921, a -10 °C di condensazione. Per prudenza, nei calcoli con il REFPROP, è stato adottato un sottoraffreddamento di 0.1 K all’uscita del condensatore.
Nel campo delle due variabili, le prestazioni vengono approssimate mediante polinomi comprendenti tutti i termini di grado complessivo uguale o inferiore a tre, per un totale di dieci coefficienti (1+2+3+4).
I coefficienti sono calcolati mediante Excel per minimizzare i quadrati degli scarti relativi. Alle condizioni di minima condensazione è assegnato un peso dieci volte inferiore alle restanti condizioni. Si verifica che l’errore massimo dell’approssimazione per buona parte dei coefficienti non arrivi all’1%; in alcune condizioni estreme, non rilevanti per il calcolo, gli errori aumentano sino a quasi il 5%.

Prestazioni complessive dell’impianto frigorifero

Per uniformità, sono considerati un impianto ReFreeX e un impianto tradizionale aventi entrambi lo stesso compressore, condensatore, e evaporatore. Il ReFreeX è sbrinato a gas caldo, il tradizionale mediante resistenze elettriche. Il ReFreeX regola l’alimentazione di refrigerante all’evaporatore mediante valvola solenoide pulsante, il tradizionale mediante termostatica meccanica.
Le ventole del condensatore dell’impianto tradizionale sono regolate in modo da non scendere sotto i +38 °C di condensazione; quelle del ReFreeX sono regolate in modo da non scendere sotto i -20 °C per l’R404A e gli 0 ° C per l’R134a. Si presume una riduzione dei consumi delle ventole del condensatore proporzionale alla riduzione di resa.
La resa del condensatore, senza regolazione dei giri, è assunta proporzionale al salto termico tra l’aria in ingresso e la temperatura di condensazione, per semplicità presa al punto di rugiada.
La resa dell’evaporatore è assunta proporzionale al salto termico tra l’aria in ingresso e la temperatura di evaporazione, sempre al punto di rugiada.
Il surriscaldamento all’uscita dell’evaporatore è fisso a 5 K; il sottoraffreddamento all’uscita del condensatore è fisso a zero; le perdite di carico delle tubazioni sono trascurate.
Per ogni possibile condizione di temperatura dell’aria in ingresso al condensatore e all’evaporatore, vi è un unico punto possibile di equilibrio dell’impianto frigorifero, che determina le temperature di evaporazione e condensazione; il ReFreeX e il tradizionale differiscono, in quanto per quest’ultimo si impone il vincolo della condensazione non al di sotto dei 38 °C.
Dalle temperature di evaporazione e condensazione si determinano poi le prestazioni dell’impianto, derivate dalle prestazioni del compressore, combinate con i consumi di condensatore e evaporatore.
Ai fini del COP, qui definito come rapporto tra la capacità refrigerante e il consumo, come capacità refrigerante si prende quella nominale del compressore, nelle condizioni date d’evaporazione, condensazione, surriscaldamento, e sottoraffreddamento; per il consumo, invece, si somma il contributo del compressore, del condensatore, e dell’evaporatore durante la fase di refrigerazione, oltre a una percentuale fissa della capacità refrigerante dovuta allo sbrinamento, pari al 6% e al 12%, rispettivamente, per l’impianto ReFreeX e il tradizionale, tenendo conto dei differenti sistemi di sbrinamento.
I valori così determinati del COP, al variare delle condizioni esterne, sono riportati nella tabella di sotto, per il ReFreeX e per il tradizionale. A titolo di raffronto, si riportano anche i valori del COP del solo compressore.

TemperaturaImpianto a R134a in cella 0 °CImpianto a R404A in cella -25 °C
esternaReFreeXTradizionaleReFreeXTradizionale
in °CCOP mcCOP impiantoCOP mcCOP impiantoCOP mcCOP impiantoCOP mcCOP impianto
-2012.935.033.011.914.552.861.311.06
-1012.934.783.011.91
3.102.21.311.05
07.513.603.011.902.431.821.311.05
104.982.863.011.891.981.541.311.05
203.852.403.011.881.621.301.311.04
303.122.063.011.821.301.061.301.00
402.531.742.531.580.990.830.990.79
Valori del COP al variare della temperatura esterna per due distinti impianti frigoriferi: uno TN a R134a e uno BT a R404A.

Va rilevato che i valori nominali della capacità frigorifera sono forniti, secondo tradizione, al lordo del calore generato dall’evaporatore a causa dei ventilatori e dello sbrinamento. Nel bilancio termico, questo contributo viene sommato ai rientri di calore, come se si trattasse di una variabile esterna. Il risultato finale è corretto; il metodo è giustificato da ragioni storiche.

Fabbisogno e consumo

Per il caso BT, si considera una cella per la conservazione di prodotti surgelati, di dimensioni interne di m 10.0 x 20.0 x 8.0 h, mantenuta a porte chiuse a -25 °C, servita da due impianti a R404A, ciascuno con compressore come sopra. L’isolamento di pareti e soffitti è presunto in pannelli prefabbricati dello spessore di 200 mm, schiumati con poliuretano di densità 40 kg/ m3, mentre l’isolamento a pavimento è realizzato in lastre di poliuretano sfalsate, di densità 35 kg/ m3, con spessore complessivo di 150 mm.
Per il caso TN, si considera una cella (vuota) per la conservazione di generi vari o ortofrutta, di dimensioni interne di m 10.0 x 10.0 x 7.0 h, mantenuta a porte chiuse a 0 °C, servita da un impianto a R134a, con compressore come sopra. L’isolamento di pareti e soffitti è presunto in pannelli prefabbricati dello spessore di 120 mm, schiumati con poliuretano di densità 40 kg/ m3; il pavimento non è isolato.
Per ciascun bin di temperatura, il fabbisogno di capacità refrigerante è calcolato a porte chiuse come se la temperatura esterna si mantenesse costante per un intero anno al valore centrale del bin, e come se la temperatura interna della cella si mantenesse costante al valore impostato. Il metodo suppone quindi una perfetta sincronia tra il fabbisogno e l’erogazione della capacità refrigerante; approssimazione giustificata dallo scopo comparativo del calcolo.
Il consumo di ciascun bin viene calcolato dividendo il fabbisogno per il COP. Il risultato viene poi moltiplicato per la frequenza annua di ciascun bin, indi sommato su tutti i bin.
Il calcolo viene eseguito separatamente per il ReFreeX e per il tradizionale, in ciascuno dei due casi per 40 bin differenti, per un totale di 80 bilanci termici, per ciascuna cella e per ciascuna località; in tutto 960 bilanci.

Risultati del calcolo

I risultati sono tabulati di seguito, per le celle e gli impianti dati, in diverse località italiane e europee.
Il risparmio del metodo ReFreeX rispetto al tradizionale varia da 27% circa per la BT a Palermo a 41% circa per la TN a Kaunas, in Lituania.
Per ogni grado in meno della temperatura esterna annua, il vantaggio del ReFreeX aumenta circa di un uno percento.

LocalitàTemperaturaImpianti a R404A in cella -25 °CImpianto a R134a in cella 0 °C
esterna mediaT1T2Consumo tradizionaleRisparmio ReFreeXT1T2Consumo tradizionaleRisparmio ReFreeX
°C°C°CkWh/ anno%°C°CkWh/ anno%
Abu Dhabi27.228.634.99227517.6 %28.132.05241621.4 %
Palermo18.519.219.27159227.2 %19.020.93430729.2 %
Napoli15.516.616.46681230.4 %
16.218.12893432.2 %
Roma15.316.416.36639530.6 %16.118.02848632.5 %
Milano12.514.113.96207733.2 %13.615.42351735.2 %
Berlino9.911.110.95693736.5 %10.712.71841638.4 %
Kaunas6.98.38.05226339.2 %8.19.81317841.1 %
Consumo annuo degli impianti tradizionali e risparmio del ReFreeX in varie località geografiche. La T1 è la temperatura esterna equivalente al consumo medio del ReFreeX, mentre la T2 è l'equivalente del tradizionale.

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Il nuovo regolamento UE n. 517/2014 del 16 aprile 2014, in vigore dal 9 giugno 2014, modifica la normativa precedente sugli F-gas.

I regolamenti comunitari divengono legge in tutti gli stati membri nel momento di entrata in vigore, senza necessità di eventuali misure di esecuzione, e automaticamente sostituiscono le disposizioni nazionali contrastanti.

In questo caso, gli effetti pratici si avranno a partire dal primo gennaio 2015, data in cui sarà abrogato il precedente regolamento CE n. 842/2006.

Dal punto di vista della refrigerazione industriale e commerciale, vi sono tre novità fondamentali.

  • Riduzione del 79% degli F-gas, gradualmente dal 2015 sino al 2030, phase-down.
  • Criteri basati sull’effetto serra complessivo del refrigerante contenuto all’interno del circuito.
  • Restrizioni specifiche in base all’applicazione, all’effetto serra, e alla capacità frigorifera.

Riduzione graduale

La quantità massima di F-gas introdotti sul mercato dell’Unione europea sarà ridotta gradualmente a partire dal 2015 e sino al 2030, per scendere a questa data sotto il 21% del valore di riferimento, definito come la media delle quantità introdotte sul mercato dal 2009 al 2012.

Le quantità massime, il valore di riferimento, e le quote per l’immissione in commercio degli F-gas sono calcolate come quantità aggregate di tutti i tipi di F-gas, espresse in tonnellate di CO2 equivalente; in altre parole, si considera la massa in kg di ciascun gas, moltiplicata per il GWP del gas stesso espresso in kg di CO2 equivalente. Come esempio, un chilogrammo di R404A ha un GWP di quasi quattro tonnellate di CO2 equivalente, per cui una tonnellata di R404A pesa nella media quasi come 4000 tonnellate di CO2 equivalente. Il GWP, global warming potential, è il potenziale di riscaldamento globale; il contributo di un gas all’effetto serra, in proporzione all’effetto della CO2, il cui potenziale di riferimento è pari a 1.

Di qui al 2030 l’Unione europea ridurrà quindi del 79% l’effetto serra delle nuove attrezzature introdotte sul mercato e dei gas utilizzati per le ricariche.

AnniMassima quantità
2015100 %
2016-1793 %
2018-2063 %
2021-2345 %
2024-2631 %
2027-2924 %
203021 %
Quantità massima di F-gas immesso sul mercato, per gli anni in tabella, rispetto al periodo di riferimento 2009-2012

Criterio dell’effetto serra

Ai fini del nuovo regolamento, per ciascun circuito frigorifero si considera l’effetto serra complessivo del refrigerante contenuto all’interno, per cui occorre moltiplicare la massa in kg per il GWP del tipo di refrigerante contenuto. Nel regolamento precedente si considerava solo la massa, non tenendo conto dei differenti GWP degli F-gas. Un gran passo avanti!

Riguardo ai libretti e alla ricerca delle perdite, i nuovi obblighi sono elencati di seguito.

TipoCarica Q in
t di CO2 eq
ErmeticitàObblighi derivanti
q0Q<5qualunquenessuno
q15≤Q<10ermeticonessuno
q25≤Q<10non ermeticolibretto
ricerca annuale perdite
q310≤Q<50qualunquelibretto
ricerca annuale perdite
q450≤Q<500qualunquelibretto
ricerca semestrale perdite
q5500≤Qqualunquelibretto
ricerca trimestrale perdite
centralina cercafughe

La prima colonna in tabella è una classificazione soggettiva dell’autore del presente articolo del blog.

La dicitura “ermetico” si riferisce a un “sistema ermeticamente sigillato”, definito dal regolamento come un sistema in cui tutte le parti contenenti refrigerante sono solidamente fissate mediante saldatura, brasatura o altra connessione permanente analoga, che può comprendere punti di accesso e valvole sigillati o protetti per garantire una riparazione o uno smaltimento adeguati che abbiano un comprovato tasso di perdita inferiore a tre grammi annui sotto una pressione di almeno un quarto della pressione massima consentita.

Il simbolo < sta per minore, il simbolo ≤ sta per minore o uguale.

Le cariche sono rapportate alle tonnellate di CO2 equivalente; segue una tabella di conversione per alcuni refrigeranti.

RefrigeranteComposizioneGWPConversione in kg di refrigerante a partire dalle tonnellate di CO2 equivalente
15104050500
R326751.487.4014.859.274.0740
R12535000.285
1.42 2.8511.414.2142
R134a14300.6993.496.9927.934.9349
R143a44700.2231.112.238.9411.1111
R404AR-125/143a/134a (44/52/4)39220.2541.272.5410.112.7127
R407AR-32/125/134a (20/40/40)21070.4742.374.7418.923.7237
R407CR-32/125/134a (23/25/52)17740.5632.815.6322.528.1281
R407FR-32/125/134a (30/30/40)18250.5472.735.4721.927.3273
R410AR-32/125 (50/50)20880.4782.394.7819.123.9239
R507AR-125/143a (50/50)39850.2501.252.5010.012.5125

Le conversioni sopra sono arrotondate per difetto alla terza cifra significativa; la ricerca della precisione estrema non ha senso, tenuto conto che i valori del nuovo regolamento sono presi dalla quarta relazione di valutazione IPCC, differenti significativamente dalla norma EN-378 e dal precedente regolamento, entrambi basati sulla terza valutazione IPCC.

Ove presente una centralina cercafughe, la frequenza dei controlli può essere dimezzata. Sopra le 500 tonnellate di CO2 equivalente, le centraline devono inviare gli allarmi.

Fino al 31 dicembre 2016 restano esentati dalla ricerca delle perdite gli impianti di qualsiasi tipo fino a 3 kg di refrigerante, e quelli ermetici fino a 6 kg di refrigerante; in pratica si prolunga la validità del precedente regolamento per questi impianti esenti.

Restrizioni specifiche

In base all’effetto serra del tipo di refrigerante, all’applicazione, e all’utilizzo, sono stabiliti i seguenti divieti.

Descrizione dell'impiantoGWP del tipo di refrigeranteData del divieto
Frigoriferi e congelatori domestici1501° gennaio 2015
Frigoriferi e congelatori per uso commerciale25001° gennaio 2020
1501° gennaio 2022
Apparecchiature fisse di refrigerazione, eccetto quelle per raffreddare prodotti sotto i -50 °C25001° gennaio 2020
Centrali frigorifere per uso commerciale di capacità nominale pari o superiore a 40 kW, tranne il circuito primario di sistemi a cascata, in cui possono essere usati refrigeranti con GWP inferiore a 15001501° gennaio 2022
Sistemi di condizionamento d’aria monosplit contenenti meno di 3 kg di refrigerante7501° gennaio 2025

Per uso commerciale, il regolamento intende qualsiasi impiego nei negozi al dettaglio e nella ristorazione.

Per apparecchiature fisse di refrigerazione, il regolamento intende impianti solitamente non in transito durante il funzionamento, e comprende i sistemi movibili di climatizzazione.

La restrizione sulle centrali è tagliata su misura per gli impianti a CO2 in cascata con l’R134a; mentre quella sui condizionatori è per l’R32; del resto il regolamento chiarisce alla premessa (4) che intende evitare l’uso di tali gas [ad alto GWP] laddove esistono tecnologie alternative sicure e efficienti.

In parallelo al divieto d’immissione sul mercato di nuovi impianti, a partire dal primo gennaio 2020, sarà proibito ricaricare gli impianti esistenti con refrigeranti aventi GWP pari o superiore a 2500, quando la carica totale dell’impianto ecceda le 40 tonnellate di CO2 equivalente; resta l’esclusione per gli impianti che raffreddano prodotti sotto i -50 °C. Il limite si riferisce alla carica totale del sistema e non alla ricarica eseguita; ad esempio non sarà consentito ricaricare un solo grammo di R404A agli impianti aventi 11 kg o più di carica.

Sarà possibile tuttavia riutilizzare il refrigerante recuperato dall’impianto stesso, ovvero rigenerato, ma solo sino al primo gennaio 2030.

Si noti, al contrario, che gli impianti industriali a R134a non saranno soggetti a restrizioni, salvo il phase-down complessivo degli F-gas, che potrebbe portare a un aumento dei prezzi.

Novità minori

I libretti dovranno essere conservati per cinque anni; per lo stesso periodo, il manutentore dovrà tenere copia degli interventi.

I fornitori di refrigerante dovranno tenere copia delle quantità fornite e dei numeri di certificato degli acquirenti.

Le etichette sulle nuove attrezzature, oltre alla quantità di refrigerante espressa in kg, dovranno indicare anche il GWP del refrigerante, complessivo ovvero unitario. Le etichette saranno applicate sul ricevitore o vicino all’attacco di carica.

La stessa informazione dovrà comparire sui manuali e sul materiale pubblicitario, siti web inclusi.

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Ieri, 30 gennaio 2014, è stato presentato a Prato il ReFreeX, a una paziente platea di otto partecipanti.

La presentazione è resa qui disponibile in formato PDF.

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Gli impianti ReFreeX hanno una carica di refrigerante ridotta dell’80%, non hanno ricevitore di liquido, né resistenze di sbrinamento; da ciò discende una riduzione dei requisiti di legge, oggetto del presente capitolo.

ReFreeX e la MD

Dal punto di visto della direttiva macchine, mancando le resistenze di sbrinamento, non occorre una sicurezza elettromeccanica sullo sbrinamento. Quando lo sbrinamento è elettrico, invece, non è consentito affidare il fine sbrinamento esclusivamente alla sonda collegata al controllore elettronico, in quanto un’avaria nell’hardware o nel software del sistema di comando, ovvero un errore di logica del sistema di comando rischierebbero di lasciare acceso lo sbrinamento oltre il limite. Se ciò può provocare un incendio o comunque un pericolo per le persone, allora la sicurezza è inadeguata.

La stessa situazione si ha sulla sicurezza di alta pressione: sarebbe pericoloso affidarsi solo a un trasduttore di pressione collegato al controllore.

Per le ragioni esposte, il controllore master del ReFreeX ha tre ingressi di sicurezza, INP-1, 2, e 3, collegati ad altrettanti microrelè, che a loro volta interrompono l’alimentazione ai tre relè principali della scheda, corrispondenti alle uscite OUT-4, 5, e 6. A ognuno dei tre ingressi è possibile collegare una sicurezza elettromeccanica, attraverso la quale passa l’alimentazione al microrelè, il cui contatto fornisce la massa al relè principale; a quest’ultimo il chip del controllore fornisce l’alimentazione positiva. L’uscita principale è attiva solo quando la sicurezza è chiusa e il chip chiama; da un eventuale problema software o hardware non discendono pericoli.

Allo stesso tempo, il controllore rileva lo stato della sicurezza, aperta o chiusa, con economia di cablaggio.

Negli impianti singoli i tre relè principali pilotano il compressore, l’evaporatore e lo sbrinamento; agli ingressi di sicurezza si può collegare il pressostato, la pasticca termica dei ventilatori dell’evaporatore, e l’eventuale termostato di sicurezza in caso di sbrinamento elettrico. Nelle centrali frigorifere i tre relè principali pilotano i compressori, per cui a ogni ingresso è collegato un pressostato.

ReFreeX  e la PED

In assenza di ricevitore di liquido, spesso gli impianti ReFreeX sono esclusi dalla PED e ricadono nel relativo articolo 3.3. Talvolta si arriva nella categoria I, a causa del diametro delle tubazioni o della classe del condensatore, dell’evaporatore, o del separatore di olio. Anche in categoria I, gli impianti sono esclusi dall’ambito di applicazione
della PED, in base all’articolo 1.3.6, in quanto già soggetti alla direttiva macchine. Non si arriva quasi mai nella categoria II della PED, che richiederebbe l’ente notificato, con costo aggiuntivo, non sempre corrispondente a un valore aggiunto.

In ogni caso è utile minimizzare la categoria PED. Partendo dalle tubazioni, il diametro esterno 42 mm corrisponde al DN 32, vedi tabella seguente, non soggetto a PED, vedi figura seguente; per cui spesso la linea liquida e lo scarico sono sotto alla categoria I.

DNdiam. est. in mmDNdiam. est. in mm
1018.05060.3
2026.76576.1
2533.48088.9
3242.190101.6
4048.3100108.0
DN delle tubazioni in rame secondo EN 14276-2:2007.
Categorie PED delle tubazioni per fluidi del gruppo 2

Categorie PED delle tubazioni per fluidi del gruppo 2

Per la linea aspirante, un diametro esterno 76 mm corrisponde al DN 65; sino a una PS di bassa pari a 15 bar (=1000/65), si resta sotto alla categoria I. Per ambienti con temperatura esterna sino a +38 C, in base alla tabella seguente, la temperatura di saturazione del refrigerante sul lato di bassa dovrebbe non superare i 33 C, quindi la pressione di saturazione dell’R404A sarebbe attorno a 14.3 bar, per cui la tubazione aspirante da 76 mm resterebbe sotto alla categoria I. Si può restare sotto anche quando la temperatura esterna è superiore ma la carica di refrigerante è particolarmente ridotta rispetto al volume del circuito.

Ambiente esterno32 °C38 °C43 °C55 °C
Lato di alta pressione con condensatore ad aria55 °C59 °C63 °C67 °C
Lato di bassa pressione con evaporatori all’interno27 °C33 °C38 °C38 °C
Temperature di progetto specifiche in base al clima

Per quanto riguarda il condensatore ad aria, è possibile ordinare modelli a doppio circuito, eventualmente con collettori ridotti a 35 mm, in modo di non raggiungere la categoria I della PED.

Per l’evaporatore, quando il costruttore lo pone in categoria I, è possibile riclassificarlo tenendo conto della pressione PS del lato di bassa dell’impianto considerato, talvolta tornando sotto alla categoria I.

Nei condensatori ad acqua il lato refrigerante costituisce un recipiente in pressione con funzione di ricevitore di liquido; restare sotto alla categoria II è molto difficile; si può ipotizzare come caso limite un condensatore modello CPS260 della Alfa-Laval con 260 kW nominali ad acqua di torre e volume di 20.6 litri, che resta in categoria I sino a 9.7 bar, pari a 42.0 °C con R134a. Un altro modello interessante è il CPS80 della Alfa-Laval con 82 kW nominali ad acqua di torre e volume di 8.5 litri, che resta in categoria I sino a 23.5 bar, pari a 52.9 °C con R404A. Si possono anche montare più condensatori in parallelo per ridurre la categoria.

Negli evaporatori ad acqua il refrigerante è confinato all’interno dei tubi, tuttavia la PED non fa sconti e considera gli evaporatori come recipienti, anche sul lato acqua, in quanto l’assimilazione degli scambiatori alle tubazioni è valida solo per quelli ad aria. Si riesce bene a rimanere entro la categoria II, utilizzando evaporatori con quattro circuiti in parallelo; esistono modelli con resa nominale 450 kW e volume 13.2 litri per ognuno dei quattro circuiti paralleli.

I separatori d’olio sono veri e propri recipienti in pressione, e ricadono in genere nella categoria I o II della PED. In centrale, per evitare di passare dalla I alla II, si può installare un separatore per ogni compressore.

In conclusione, lo studio dell’impianto per ridurre la categoria PED non è un sotterfugio, è legale, e talvolta migliora la sicurezza.

ReFreeX e la EN 378

Se un impianto è conforme alla norma EN 378 si presume che rispetti la PED. Se un impianto non è soggetto alla PED, si può evitare di applicare la EN 378? No! perché la sicurezza resta un obbligo di legge, inoltre la protezione dell’ambiente e della proprietà del cliente sono, perlomeno, obblighi morali.

Forse in lingua inglese il quadro è più chiaro: la norma si chiama standard e stabilisce lo stato dell’arte. Chi può desiderare di vendere o di acquistare un impianto non a regola d’arte o non rispondente agli standard di sicurezza e qualità europei?

La tecnologia ReFreeX riduce la carica di refrigerante dell’80%; è più facile restare sotto al limite pratico previsto dalla EN 378. Si deve fare il possibile per non raggiungerlo, e quando ciò non è possibile occorre verificare che la norma lo permetta, informando il proprietario/conduttore, il quale deve prendere le necessarie contromisure.

Quando è consentito superare il limite pratico, si presuppone che negli ambienti si trovi personale informato e eventualmente addestrato; ciò costringe il proprietario/conduttore a gestire il rischio: servono analisi, procedure e addestramenti.

La norma non somma le cariche di refrigerante presenti in diversi circuiti, considerando solo la carica massima, tuttavia l’installatore deve analizzare la situazione per stabilire se vi sia un rischio concreto di fuga congiunta degli impianti.

Per quanto riguarda le tubazioni, fino al DN 100 (diametro esterno 108 mm), la norma EN 14276-2:2007 le classifica in categoria X; la tracciabilità del materiale non è richiesta.

La PED richiede procedure e personale qualificato per le brasature; a partire dalla categoria II è necessario l’intervento dell’ente notificato. L’appendice B della EN 378-2, al punto 5.5, chiarisce che gli assiemi possono essere scomposti in sotto assiemi, per determinare la categoria più bassa possibile delle giunzioni. Generalmente le tubazioni brasate in cantiere dall’installatore non arrivano alla categoria II, e spesso neanche alla I.

Come nota tecnica, la PED e le norme si riferiscono alle giunzioni permanenti che contribuiscono alla resistenza alla pressione, comunque la EN 14276-1:2006, al punto 7.4.5.3, riferendosi ai recipienti, stabilisce che le giunzioni brasate siano considerate permanenti.

Per quanto riguarda le protezioni, conviene limitarsi a 10 kg di carica, caso in cui, in assenza di recipienti in pressione, un pressostato di alta per ogni compressore è sufficiente. Superando i 10 kg o installando un recipiente in pressione, il pressostato è adeguato solo per i compressori che spostano meno di 90 m3/h.

In merito alla sala macchine, conviene tenersi sotto al limite pratico anche qua. Alcuni requisiti troppo stringenti della EN 378-3 possono essere aggirati considerando il locale come occupato in classe C, per cui si applica soltantola EN 378-1. Allo scopo basta mettere in comunicazione la sala macchine con un ambiente occupato o anche creare una postazione di lavoro per operazioni di manutenzione. Mediante un puro ragionamento, si potrebbe concludere che i requisiti per gli spazi occupati sono necessariamente sufficienti anche per le sale macchine.

 

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Si analizza la famiglia di norme EN 378, il collegamento con la direttiva PED, il rapporto con le norme EN 14276 e EN 13480, e le implicazioni pratiche per gli impianti frigoriferi.

Ambito di applicazione

La EN 378 indica qui una famiglia di quattro norme strettamente collegate e approvate dal CEN a partire dal 2007.

  • UNI EN 378-1:2012 – Impianti di refrigerazione e pompe di calore. Requisiti di sicurezza e ambientali. Parte 1: Requisiti di base, definizioni, classificazione e criteri di selezione.
  • UNI EN 378-2:2012 – Parte 2: Progettazione, costruzione, prove, marcatura e documentazione.
  • UNI EN 378-3:2012 – Parte 3: Installazione in sito e protezione delle persone.
  • UNI EN 378-4:2012 – Parte 4: Esercizio, manutenzione, riparazione e riutilizzo.

Le norme suddette sono in lingua inglese; l’UNI si è limitato a tradurre il titolo e a numerarle ricalcando la numerazione CEN.

L’ambito di applicazione delle norme è il seguente.

  • impianti di refrigerazione di tutte le taglie, mobili o fissi, pompe di calore incluse
  • impianti secondari di raffreddamento o riscaldamento
  • alloggiamento degli impianti suddetti

Le norme si applicano anche alla modifica d’impianti esistenti che comporti il cambio del tipo di refrigerante o la sostituzione dei recipienti in pressione.
Le norme si applicano inoltre alla conduzione, manutenzione, riparazione, e smaltimento d’impianti esistenti.

Per i dettagli più tecnici in materia di tubazioni e recipienti la EN 378 rimanda alle seguenti due norme.

  • EN 13480 – Tubazioni industriali metalliche—una famiglia di sette norme approvate a partire dal 2002
  • EN 14276 – Attrezzature a pressione per sistemi di refrigerazione e per pompe di calore—una famiglia di due norme approvate a partire dal 2006

La EN 14276 è una norma più favorevole che contempla requisiti meno stringenti rispetto alla EN 13480, in particolare per le tubazioni in rame degli impianti frigoriferi fino a 200 °C e 64 barg.

EN 378-1

La prima delle quattro norme della famiglia comprende le definizioni dei termini utilizzati, la classificazione dei refrigeranti, la classificazione degli ambienti occupati dalle persone, e la protezione del personale nelle celle negative.
Alcuni termini della nuova EN 378-1 erano già stati tradotti in precedenza nella UNI EN 378-1:2003, per gli altri l’autore ha utilizzato i vocaboli a suo avviso più comprensibili per i tecnici della refrigerazione.
La seguente è una versione ridotta e semplificata di alcune delle definizioni della norma.

  • Impianto di refrigerazione
    Un impianto frigorifero, un’aria condizionata o una pompa di calore.
  • Attrezzatura frigorifera
    Un componente dell’impianto, come il compressore, il condensatore, l’evaporatore, etc.
  • Impianto a carica limitata
    Impianto che da spento non superi la pressione massima ammissibile, anche quando il refrigerante è tutto evaporato (ogni impianto dovrebbe essere così).
  • Impianto sigillato
    Impianto di refrigerazione con circuito saldato, brasato o simile. Sono ammesse le connessioni con fughe inferiori a tre grammi l’anno, ad esempio i raccordi NPT del compressore e le valvole con cappuccio.
  • Assieme
    Una parte dell’impianto avente una certa funzione e costituita da più componenti, ad esempio un’unità motocondensante.
  • Sala macchine
    Spazio completamente chiuso, con ventilazione forzata, accessibile solo alle persone autorizzate, previsto per alloggiare parte dei componenti di un impianto di refrigerazione ovvero tutto l’impianto. Si possono ospitare anche attrezzature differenti, purché compatibili con la sicurezza dell’impianto.
  • Sala macchine speciale
    Sala macchine riservata agli impianti frigoriferi, accessibile solo agli addetti alla manutenzione.
  • Cella frigorifera
    Cella o armadio a temperatura inferiore all’ambiente.
  • Pressione relativa
    Pressione riferita alla pressione atmosferica, come quella indicata dai manometri per frigorista.
  • Massima pressione consentita
    Massima pressione per cui l’apparecchiatura è stata progettata, come specificato dal fabbricante; corrisponde alla PS della PED.
  • Recipiente sotto pressione
    Qualsiasi parte contenente refrigerante eccetto: compressori aperti e semi-ermetici, serpentine in aria e relativi collettori, tubazioni con relative valvole, giunti e riduzioni, controlli e manometri, e pompe.
  • Gruppo compressore
    Combinazione di uno o più compressori e relativi accessori generalmente forniti; cioè un gruppo o una centrale.
  • Gruppo di condensazione
    Combinazione di uno o più compressori, condensatori e serbatoi, e relativi accessori regolarmente forniti; cioè un’unità motocondensante.
  • Rubinetto di intercettazione
    Rubinetto che interrompe il flusso in un verso.
  • Rubinetto di sezionamento
    Rubinetto che chiude in entrambi i versi.
  • Valvola bloccata
    Valvola sigillata o altrimenti vincolata, in modo che possa essere utilizzata solo da persona competente.
  • Diametro nominale
    Numero arrotondato collegato non strettamente al diametro in mm, vedi tabella sotto.
  • Limitatore di pressione
    Pressostato a reinserzione automatica (come il KP15), indicato come PSH sull’alta e PSL sulla bassa pressione.
  • Interruttore di pressione
    Pressostato a reinserzione manuale senza necessità di attrezzi, indicato come PZH sull’alta e PZL sulla bassa pressione.
  • Interruttore di pressione di sicurezza
    Pressostato a reinserzione manuale mediante attrezzi, indicato come PZHH sull’alta e PZLL sulla bassa pressione.
  • Recupero
    Recupero del refrigerante dall’impianto alla bombola.
  • Riciclaggio
    Pulizia del refrigerante per il successivo riutilizzo.
  • Rigenerazione
    Procedimento chimico seguito da analisi di laboratorio per ottenere un certo grado di purezza del refrigerante, in lingua inglese reclaim.
DNdiam. est. in mmDNdiam. est. in mm
1018.05060.3
2026.76576.1
2533.48088.9
3242.190101.6
4048.3100108.0
DN delle tubazioni in rame secondo EN 14276-2:2007.

Gli impianti frigoriferi si classificano in diretti e indiretti.
I diretti sono quelli—come gli impianti a espansione diretta—in cui l’evaporatore raffredda direttamente l’aria o la sostanza da raffreddare. Sono diretti anche i normali impianti a pompa di calore in cui il condensatore riscalda direttamente l’aria.
Sono indiretti invece gli impianti—come quelli a circolazione di miscela glicolata—in cui l’evaporatore raffredda ovvero il condensatore riscalda una sostanza intermedia contenuta in un circuito chiuso provvisto di scambiatori in contatto con la sostanza finale. Un esempio semplice è dato da un chiller con dei fan coils per condizionare un ufficio.

A ben vedere lo scopo finale di una cella frigorifera delle mele è di mantenere fredde le mele, oppure in un’aria condizionata di mantenere le persone in condizioni di benessere termico; quindi si potrebbero considerare quasi tutti gli impianti come indiretti, in quanto l’evaporatore tratta l’aria che poi raffredda le mele o raffresca le persone. Qui viene in soccorso il concetto di circuito chiuso nella definizione dei sistemi indiretti: nell’esempio in questione l’aria non è in un circuito chiuso e non necessita di ulteriori scambiatori per raffreddare le mele o raffrescare le persone. Da questo punto di vista si capisce perché un hydrocooler per le pesche oppure un chiller per freddare acqua da spruzzare sui prodotti siano considerati sistemi diretti.

Preoccupandosi per la sicurezza e per la salute umana, è naturale classificare gli ambienti in base alle persone presenti. Si parla tecnicamente di occupazione.

Occupazione generalizzata—classe A
Ambienti in cui le persone possono dormire, oppure in cui il numero di persone presenti non è controllato, oppure a cui le persone possano accedere senza conoscenza delle precauzioni di sicurezza.
Esempi: ospedali, prigioni, case di cura, teatri, supermercati, sale conferenze, stazioni di trasporto pubblico, alberghi, residenze, ristoranti, piste di pattinaggio.

Occupazione controllata—classe B
Ambienti in cui è presente solo un numero limitato di persone, alcune delle quali necessariamente a conoscenza delle precauzioni generali di sicurezza.
Esempi: laboratori, luoghi di produzione, uffici.

Occupazione autorizzata—classe C
Ambienti in cui abbiano accesso solo persone autorizzate, a conoscenza delle precauzioni generali di sicurezza.
Esempi: raffinerie, depositi refrigerati, macelli, aree non pubbliche nei supermercati, stabilimenti di produzione—per esempio di prodotti chimici, cibi, ghiaccio, e gelati.

Le sale macchine si considerano come non occupate dalle persone.

Per stabilire l’impatto sulla salute, sulla sicurezza e sull’ambiente i refrigeranti sono classificati ed elencati in un’utile tabella della norma, in base ai seguenti parametri.

Gruppo di sicurezza
Indica assieme l’infiammabilità e la tossicità.
In classe A dei refrigeranti—purtroppo si utilizza lo stesso termine dell’occupazione—vi sono quelli a tossicità inferiore che, in concentrazione di 400 ppm (parti per milione) con esposizione prolungata durante un normale orario di lavoro di 40 ore a settimana, non producono effetti negativi sulla salute di buona parte dei lavoratori esposti.
In classe B dei refrigeranti vi sono tutti gli altri a tossicità superiore.
Per l’infiammabilità invece si dividono in classe 1, 2 e 3, dove 1 significa non propagante la fiamma, 2 infiammabile in misura minore e 3 infiammabile in misura maggiore.
I freon e la CO2 (R744) sono in classe A1, cioè a tossicità minore e non propaganti la fiamma (evitiamo di chiamarli non tossici e non infiammabili), il propano (R290) e il butano (R600) sono A3, mentre l’ammoniaca (R717) è B2—a tossicità superiore e infiammabile in misura minore.

Gruppo PED
Il raggruppamento è descritto nel post sulla PED. I freon e la CO2 sono nel gruppo 2, il propano, il butano, e l’ammoniaca nel gruppo 1.

Limite pratico
Concentrazione massima superata la quale—in caso di fuga di refrigerante—vi possono essere effetti lesivi per le persone.
Il limite pratico per il 404A è di 480 g/m3, per il 134a è di 250 g/m3, per il 22 è di 300 g/m3, per l’ammoniaca è di 0.35 g/m3.

Infiammabilità—LFL
Limite inferiore di infiammabilità—Lower Flammability Limit in inglese. Per il propano è di 90 g/m3, per l’ammoniaca è di 104 g/m3.

ODP
Potenziale di distruzione dell’ozono—Ozone Depletion Potential in inglese—riferito all’R12 per il quale si assume il valore di 1.
Il 22 ha un ODP di 0.055, gli HFC come il 404A e i refrigeranti naturali hanno ODP nullo.

GWP
Potenziale di riscaldamento globale—Global Warming Potential in inglese—in un orizzonte temporale di 100 anni, riferito alla CO2 per la quale si assume il valore di 1.
Il 404A ha un GWP di 3260, il 134a ha 1300, i refrigeranti naturali hanno GWP praticamente nullo.

In base alla classificazione di refrigerante, alla categoria d’impianto diretto o indiretto, all’occupazione degli ambienti, e alla disposizione dei componenti frigoriferi, discendono delle limitazioni di carica per salvaguardare la salute umana.

Si distinguono le tre seguenti localizzazioni degli impianti.

a) Impianto frigorifero in ambiente occupato
Quando il compressore, il condensatore o il ricevitore di liquido dell’impianto si trovano in un ambiente occupato.

b) Impianto frigorifero prevalentemente in ambiente non occupato
Quando il compressore, il condensatore e il ricevitore di liquido dell’impianto si trovano in una sala macchine non occupata o all’aperto.

c) Impianto frigorifero completamente in ambiente non occupato
Quando tutti i componenti si trovano in una sala macchine non occupata o all’aperto.

Le combinazioni possibili di occupazione, categoria, localizzazione e classificazione, considerate dalla norma, sono novanta, ma qui ne esaminiamo solo alcune.
Per gli impianti diretti con refrigeranti di classe A1, il limite pratico di concentrazione si applica nei seguenti casi:

  • occupazione di classe A e localizzazione a) o b) (esempio aria condizionata senza pompa di calore in stanza da letto)
  • occupazione di classe B o C, localizzazione a), con locali seminterrati o rialzati ma senza uscite di sicurezza adeguate (esempio aria condizionata a pompa di calore in studio commercialista o in laboratorio odontotecnico)

Gli impianti con refrigerante di classe A3 (come le isole surgelati a propano) sono soggetti al limite pratico per occupazione in classe A o B.
Le arie condizionate con refrigeranti A3 sono soggette a limitazioni specifiche non trattate qua.
Per i refrigeranti di classe B2, grazie alla presenza dell’ammoniaca, la norma è talmente tollerante che non val la pena entrare in dettaglio. Basti considerare che sono consentiti sino a 2.5 kg di ammoniaca per frigoriferi ad assorbimento in stanze da letto o stanze di ospedali. Una sala macchine ad ammoniaca fino a 10 kg si può trovare in uno studio legale. Per gli evaporatori ad allagamento, nelle sale di lavoro degli stabilimenti, non vi è un limite massimo di carica purché il personale al lavoro abbia a disposizione almeno dieci metri quadri a testa.

Dal rispetto della norma discende, sino a prova contraria, la presunzione di sicurezza dell’impianto.
Nel caso delle cariche di refrigerante è evidente invece che il rispetto della norma non è sufficiente a garantire la sicurezza. Il superamento dei limiti pratici di concentrazione deve essere evitato, se possibile, e in mancanza devono essere presi tutti gli accorgimenti necessari a minimizzare il rischio per la salute in caso di fuga di refrigerante dal sistema; con mezzi idonei, procedure, e addestramenti degli occupanti.

La distinzione tra localizzazione di tipo a) oppure b) non è sufficiente a ridurre il rischio di superamento del limite pratico, in quanto non si tiene minimamente in considerazione la complessità e la carica totale del sistema. La bozza di norma dell’agosto 2003 considerava il lato di alta pressione dell’impianto, ed essendo la linea liquida sino alla termostatica in alta pressione, per l’occupazione B con termostatica montata in ambiente si applicavano le restrizioni di carica. Come scappatoia si è passati a considerare solo il compressore, il ricevitore e il condensatore, facendo finta che la linea liquida non perda refrigerante. Di conseguenza un’aria condizionata a pompa di calore è classificata come localizzazione a), senza invece, come b).

Oltre all’influenza delle lobby, ad avviso di chi scrive, ha giocato anche una diffusa ideologia a favore dell’ammoniaca; sarebbe altrimenti difficile giustificare la permissività della norma al riguardo.

L’appendice D della norma EN 378-1 si occupa, con scarsa volontà, della protezione delle persone all’interno delle celle. Per le celle negative con volume superiore a 10 m3, a seconda delle condizioni operative, è necessario adottare uno o più dei seguenti accorgimenti.

  • pulsante interno di allarme, illuminato e rimandato a postazione presidiata permanentemente
  • dispositivi di segnalazione collegati a batteria tampone
  • interruttore luci interno con priorità sugli interruttori esterni
  • interruttore interno per lo spegnimento delle ventole evaporatore, con priorità sugli interruttori esterni
  • interruttori luci illuminati
  • indicazione dei percorsi verso le uscite di emergenza indipendenti dal sistema principale di illuminazione
  • illuminazione di emergenza

A giudizio dell’autore, occorre segnalare il pericolo al proprietario/conduttore e coinvolgerlo nella scelta delle possibili soluzioni tecniche.

EN 378-2

La seconda norma della famiglia EN 378 si occupa di progettazione, costruzione, prove, marcatura, e documentazione degli impianti frigoriferi. La norma si applica agli impianti frigoriferi fissi o mobili di tutte le taglie, comprese le pompe di calore. Non si applica invece agli impianti utilizzanti aria o acqua come refrigerante. Non copre inoltre i requisiti per gli ambienti potenzialmente esplosivi.

Per attrezzature come le arie condizionate, i fabbricatori di ghiaccio, e i frigoriferi commerciali, le norme precedenti (EN 60335-2-40, 24, 89) sono sufficienti sino alla categoria I della PED, mentre per le categorie superiori è necessario applicare alcuni dei requisiti della EN 378-2.

La norma classifica tutti i componenti standard dell’impianto frigorifero e ne stabilisce i requisiti, tra l’altro rimandando ad altre norme, molte delle quali devono essere applicate dai costruttori dei componenti in questione. Al costruttore dell’impianto basta verificare che il costruttore del componente lo abbia certificato secondo gli standard richiesti o con metodi alternativi equivalenti.

Le tubazioni sono invece responsabilità del costruttore dell’impianto, che deve attenersi alle norme EN 14276-2 o EN 13480.

Il punto 6 della norma è dedicato agli assiemi. Si comincia logicamente con la determinazione della pressione massima consentita (PS), da calcolare o misurare nelle condizioni più gravose. In mancanza di una determinazione più precisa, si può adottare la pressione di saturazione del refrigerante alla temperatura indicata dalla tabella seguente estratta dalla norma.

Ambiente esterno32 °C38 °C43 °C55 °C
Lato di alta pressione con condensatore ad aria55 °C59 °C63 °C67 °C
Lato di bassa pressione con evaporatori all’interno27 °C33 °C38 °C38 °C
Temperature di progetto specifiche in base al clima

Qualora presente, la valvola di sicurezza deve essere tarata al valore della PS (ad esempio 28 bar), e il pressostato deve sganciare non oltre 0.9*PS (ad esempio 25.2 bar). In assenza della valvola, il pressostato può essere regolato al valore della PS (ad esempio 28 bar).

La norma si occupa poi nel dettaglio di tubazioni e raccordi. I raccordi a cartella sono consentiti solo con il tubo cotto sino al diametro esterno massimo di 20 mm; gli spessori minimi e gli intervalli delle coppie di serraggio sono riportati nella tabella seguente.

Diametro
esterno
mm
Spessore
minimo
mm
Coppia di
serraggio
N*m
60.8014–18
80.8033–42
100.8033–42
120.8050–62
160.8063–77
191.0090–110
Spessore minimo dei tubi e coppia di serraggio delle cartelle

Per i raccordi conici filettati (NPT) il diametro nominale massimo è 40 mm, mentre è 32 mm per i giunti a compressione.

Le distanze massime tra i supporti delle tubazioni in rame sono indicate nella tabella sotto.

Diametro
esterno
mm
Spaziatura
massima
m
15–22 cotto2
22–53 crudo3
54–67 crudo4
Distanze massime tra i supporti delle tubazioni

Le tubazioni installate in ambienti aperti al pubblico devono essere protette e a un’altezza da terra di almeno 2.2 m.

Le tubazioni di collegamento dei dispositivi di sicurezza devono avere un diametro interno minimo di 4 mm, quindi non si possono usare capillari per il pressostato di sicurezza.

La norma, mediante un diagramma di flusso, specifica le protezioni richieste per evitare la sovrappressione negli impianti. Ci limitiamo qui agli impianti con compressori alternativi, a vite, o scroll, con classe 1 o 2 di infiammabilità del refrigerante, e con categoria PED sino a III.

Quando i recipienti in pressione possono essere chiusi solo mediante valvole bloccate, per ogni compressore è sufficiente un semplice limitatore di pressione (pressostato) di tipo approvato, fino a 90 m3/h di spostamento e 100 kg di carica di refrigerante; ovvero fino a 10 kg di carica, indipendemente dallo spostamento del compressore, se i recipienti in pressione non superano la categoria I della PED.

Al di fuori dei casi sopra indicati, è sufficiente e anche buona prassi adottare una doppia valvola di sicurezza con un rubinetto di scambio, in combinazione con un interruttore di pressione (pressostato a reinserzione manuale) per ogni compressore.

Per impianti con carica superiore a 300 kg è necessario un dispositivo che indichi in fase di manutenzione che la valvola ha scaricato in atmosfera. In ogni caso sul circuito di scarico della pressione sono ammesse solo valvole bloccate coperte da cappucci, obbligatorie, a monte e a valle della valvola di scarico, quando la carica supera i 100 kg.

La norma segnala poi che i pressostati di sicurezza devono essere collegati al compressore a monte del rubinetto di scarico, non è quindi consentito collegarsi al ricevitore di liquido.

I sistemi di misura e gli indicatori contribuiscono alla sicurezza dell’impianto, per cui la norma impone la presenza di manometri di alta e di bassa quando la carica supera i 100 kg di refrigerante di tipo A1, o 25 kg di tipo A2, B1, o B2, e 2.5 kg per A3 e B3.

Gli indicatori di livello massimo sono poi necessari per i ricevitori di liquido, con le stesse limitazioni di carica dei manometri.

Per quanto riguarda le prove, si distinguono le seguenti.

  • prove di resistenza (alla pressione)
  • prove di ermeticità (assenza di fughe)
  • intervento dei pressostati di sicurezza
  • prove di conformità dell’intera installazione

Tutti i componenti devono essere provati secondo gli standard cui la norma rimanda, o anche mediante il metodo indicato al punto 5.3.2.2 della norma stessa. Se i componenti dell’assieme sono già stati provati dal costruttore ovvero sono approvati come tipologia, allora si può passare direttamente alle prove di ermeticità, saltando le prove di resistenza.

I componenti possono essere testati individualmente a una pressione di almeno 1.43*PS (ad esempio 40 bar), oppure approvati come tipologia mediante calcolo o prova a campione a una pressione di 3*PS (ad esempio 84 bar).

Per il lato di bassa pressione dell’impianto, la pressione di prova è legata alla relativa PS; il compressore deve essere lasciato chiuso per evitare di superare la PS specificata dal costruttore.

Ogni impianto richiede una prova di ermeticità, eseguita in fabbrica se è assemblato là, altrimenti in cantiere. Il costruttore deve stabilire una procedura e dei criteri di vuoto; secondo la norma il vuoto è un metodo solo approssimativo di verifica dell’ermeticità. Le prove di ermeticità devono avere una sensibilità almeno equivalente alla prova di bolla eseguita alla pressione PS; i cercafughe devono essere calibrati regolarmente secondo le indicazioni del costruttore.

Ai fini dei criteri di vuoto, chi scrive suggerisce di far riferimento alla seguente tabella con le pressione del vapor saturo di acqua alle varie temperature. Per cui in condizioni climatiche sopra a 0 °C, in molti casi è sufficiente raggiungere 300 Pa di pressione di vuoto, mantenendo la lettura stabile per un’ora a pompa spenta.

Temperatura
°C
Pressione
Pa
100101419
407383
304246
202338
101228
0611
-10260
-20103
-3038
Pressioni del vapor saturo di acqua alle varie temperature

Prima della messa in servizio, deve essere redatto un verbale di verifica dell’adeguatezza dell’installazione, con particolar riguardo ai seguenti aspetti.

  • documentazione dei componenti soggetti a pressione
  • verifica dei dispositivi di sicurezza
  • rispondenza della tubazione alla norma EN 14276-2
  • registrazioni delle prove di ermeticità
  • ispezione visiva
  • verifica della marcatura

Infine la norma si occupa della marcatura; ogni impianto e i suoi componenti principali devono essere identificati mediante marcatura.

In prossimità o sull’impianto di refrigerazione deve essere posizionata una targa segnaletica (etichetta) con le seguenti indicazioni.

  • nome e indirizzo del costruttore
  • modello, numero di serie o numero di riferimento
  • anno di costruzione
  • sigla del refrigerante
  • carica del refrigerante
  • PS del lato di alta e di bassa
  • dati elettrici

L’installatore deve redigere un verbale che confermi la corretta installazione dell’impianto secondo i requisiti di progettazione, e che indichi la regolazione delle apparecchiature di sicurezza e di comando come lasciate dopo l’avviamento. Il verbale deve essere conservato dall’installatore ed esibito su richiesta.

Il costruttore è tenuto a fornire i manuali di istruzioni tradotti nella lingua del paese in cui l’impianto è installato. In particolare i manuali devono contenere le seguenti informazioni.

  • scopo e descrizione dell’impianto
  • schemi e diagrammi
  • istruzioni per l’avvio, l’arresto e la messa in pausa dell’impianto
  • elenco dei problemi più frequenti e delle soluzioni
  • alcune delle informazioni contenute nella targa macchine (vedi sotto)
  • istruzioni di manutenzione e scadenzario di manutenzione programmata
  • guida alla compilazione del libretto macchina

Ogni impianto deve avere una targa macchina affissa in un luogo accessibile dell’impianto e contenente le seguenti informazioni.

  • nome, indirizzo, e telefono dell’installatore, del suo reparto d’assistenza, il reparto d’assistenza dell’entità o della persona responsabile dell’impianto, e l’indirizzo e il telefono dei vigili del fuoco, della polizia, degli ospedali, e dei centri per grandi ustionati
  • la natura del refrigerante indicando la formula chimica e la designazione numerica (vedi appendice E della EN 378-1)
  • istruzioni per arresto d’emergenza dell’impianto
  • pressione massima consentita
  • dettagli sull’infiammabilità per i refrigeranti del gruppo A2, A3, B2, e B3
  • dettagli sulla tossicità per i refrigeranti del gruppo B1, B2, e B3

Per piccoli impianti contenenti refrigerante di gruppo A1, la prescrizione della targa appare irragionevole e destinata a esser disattesa.

Ogni impianto con carica superiore ai 3 kg deve avere un libretto macchina preparato dall’installatore al momento del montaggio, il cui utilizzo è specificato meglio nella EN 378-4.

EN 378-3

Questa terza norma della famiglia EN 378 si occupa dell’installazione in cantiere e della protezione delle persone.

Per la localizzazione degli impianti si distingue tra aria aperta, sala macchine designata tale, area occupata, e area non occupata non designata come sala macchine.

Per installazioni all’aria aperta basta sincerarsi che eventuali fughe di refrigerante non possano entrare negli edifici o danneggiare le persone.

Le carenature o i ripari degli impianti devono essere ventilati naturalmente o forzatamente.

La norma concede di equiparare all’aria aperta quegli ambienti in cui un lato lungo sia chiuso all’80% della superficie mediante una persiana con il 75% di area di passaggio.

Volendo cercare una coerenza nella norma, si potrebbe credere che un ambiente a pianta quadrata, con un’apertura pari al 60% di una parete, sia equiparato all’aria aperta.

Le sale macchine designate come tali, quando la carica supera il limite pratico, devono essere speciali, cioè riservate agli impianti di refrigerazione.

Le sale macchine non designate come tali sono equiparate alle sale macchine designate.

Le sale macchine, speciali o meno, devono soddisfare i seguenti requisiti e avere le seguenti dotazioni.

  • le fughe di refrigerante non devono penetrare i locali circostanti
  • deve essere possibile abbandonare immediatamente la sala macchine in caso di pericolo
  • l’aria in ingresso ai motori a combustione, ai compressori d’aria e alle caldaie, non deve contenere gas, e per le sale macchine speciali deve provenire dall’esterno
  • non vi possono essere sostanze infiammabili a parte il refrigerante e l’olio per la manutenzione dell’impianto
  • arresto di emergenza dentro la sala e fuori vicino alla porta
  • ventilazione forzata con interruttore di emergenza fuori vicino alla porta
  • le aperture verso l’esterno non possono essere sotto le scale delle uscite di emergenza
  • sigillatura di tutte le condutture che attraversano le pareti, il tetto, e il pavimento della sala macchine
  • mezzi antincendio adeguati
  • illuminazione di servizio e d’emergenza
  • targhe con divieto d’accesso ai non autorizzati, divieto di fumo, proibizione di fiamme
  • altezza netta di 2.10 m nelle zone di lavoro
  • porte, pareti, tetto, e pavimento REI 60

Chiaramente alcuni dei requisiti sono legati alla tossicità del refrigerante, all’infiammabilità, e al superamento del limite pratico, altrimenti basterebbe considerare il locale come occupato, per evitarli.

Se le sale sono occupate per periodi significativi, ad esempio utilizzate come officina, allora sono equiparate ad ambienti con classe di occupazione C.

Quando il personale è all’interno, la ventilazione della sala macchine richiede un minimo di 4 ricambi ora. In condizione di emergenza il ricambio richiesto in m3/h è pari a \(50.4\cdot M^{2/3}\) (elevato a due terzi), dove M è la carica di refrigerante in kg.

La norma giudica sufficienti in ogni caso 15 ricambi ora, mentre ad avviso chi scrive in generale non lo sono.

Le sale macchine per refrigeranti del gruppo A2, A3, B2, e B3 hanno requisiti aggiuntivi; è interessante l’obbligo di docce di emergenza per gli impianti con più di 1000 kg di ammoniaca.

La norma si occupa anche, brevemente, dei requisiti elettrici delle installazioni, ricordando, tra l’altro, che le alimentazioni agli impianti frigoriferi devono essere autonome dai sistemi di allarme, illuminazione e ventilazione.

Le sale macchine devono essere equipaggiate con rilevatori nel caso in cui la carica superi i 25 kg e il refrigerante abbia ODP o GWP maggiore di zero.

Qui la norma pare voler tutelare l’ambiente, tuttavia è inaccurata e irragionevole. Inaccurata poiché non specifica se i 25 kg si riferiscono alla carica massima o alla carica totale di tutti gli impianti presenti in sala macchine. Irragionevole poiché considera la carica in kg anziché il GWP moltiplicato per la carica—26 kg di refrigerante con GWP 1 (CO2) sono soggetti a rilevazione, mentre 24 kg con GWP 3300 (R507A) non lo sono. Si potrebbe obiettare che anche la direttiva sui gas fluorurati fissa un limite di 3 kg per i refrigeranti fluorurati soggetti a ricerca delle fughe, anziché considerare il GWP moltiplicato la carica. Ma, perlomeno, la direttiva limita l’ambito ai refrigeranti fluorurati, mentre la norma EN 378-3 è universale, in quanto tutti i refrigeranti hanno GWP maggiore di zero, eccetto (guarda caso) l’ammoniaca. La direttiva inoltre non distingue tra impianti all’aria aperta e impianti in sala macchine. Forse l’irragionevolezza maggiore è proprio nell’aver fissato a zero il limite massimo del GWP; se domani si scoprisse che l’ammoniaca ha un GWP di 0.1, forse la norma cambierebbe il limite.

I rilevatori sono necessari anche quando la concentrazione in sala macchine può raggiungere il 25% del limite di infiammabilità o il 50% di quello di tossicità o asfissia. I rilevatori devono quindi attivare un allarme e la ventilazione di emergenza. Se la concentrazione può arrivare al limite pratico, allora la norma detta i requisiti dei rilevatori. Di nuovo si fa un’eccezione per quei gas come l’ammoniaca (combinazione) che hanno un odore riconoscibile sotto il limite di tossicità, per cui i rilevatori non sono necessari per tale limite.

Per gli impianti ad ammoniaca contenenti più di 3000 kg di refrigerante, gli allarmi devono essere rimandati a una postazione presidiata 24 ore su 24, garantendo l’intervento sul posto di personale specializzato entro 60 minuti.

Per gli impianti ad ammoniaca con più di 50 kg, i rilevatori devono avere una soglia di pre-allarme che attivi la ventilazione di emergenza, e una soglia di allarme che arresti l’impianto, interrompendo anche l’alimentazione.

Per gli impianti ad ammoniaca con più di 500 kg, occorrono i rilevatori anche sull’eventuale circuito secondario, miscela glicolata o altro, senza tuttavia inviare segnali di evacuazione.

Per tutte le sale macchine, occorre verificare almeno una volta l’anno la ventilazione, l’allarme e i rilevatori eventuali, registrando la verifica nel libretto macchina.

EN 378-4

L’ultima norma della famiglia EN 378 si occupa degli aspetti relativi al funzionamento, alla manutenzione, e alla riparazione degli impianti frigoriferi, e al recupero, al riutilizzo, e allo smaltimento di tutti i refrigeranti.

La norma impone che il personale incaricato della conduzione, della supervisione e della manutenzione degli impianti frigoriferi sia adeguatamente istruito e competente in relazione ai compiti assegnati. L’installatore dovrà far presente questa necessità.

Per gli impianti contenenti più di 3 kg di refrigerante, il personale dovrà conoscere il modo di funzionamento dell’impianto. Il personale dovrà essere istruito prima della messa in servizio.

La norma pare tagliata su misura per gli impianti di taglia medio-grande, lasciati in carico al conduttore per la manutenzione ordinaria. Per evitare di imporre obblighi assurdi a chiunque possieda un impianto frigorifero, è sufficiente limitare al massimo le operazioni di ordinaria conduzione, chiamando il servizio esterno di manutenzione per ogni esigenza.

Il proprietario/conduttore deve tenere aggiornato un libretto per ogni impianto con carica superiore ai 3 kg, annotando quanto segue.

  • dettagli delle manutenzioni e riparazioni
  • quantità e tipo del refrigerante caricato
  • analisi del refrigerante riutilizzato
  • fonte del refrigerante riutilizzato
  • modifiche e sostituzioni dei componenti
  • risultati delle prove di routine
  • periodi significativi di non utilizzo

Va notato che l’obbligo è in capo al proprietario o al conduttorein inglese owner e operatore non all’installatore. Non è poi vero che sia l’installatore soltanto a compilare il libretto: se il proprietario decide di spegnere l’impianto per la stagione morta, senza avvalersi del servizio esterno, allora deve compilare il libretto da solo.

Il proprietario/conduttore deve tenere in sala macchine l’originale del libretto, oppure una copia su carta, qualora l’originale sia su computer in ufficio.

Ogni impianto frigorifero necessita di manutenzione periodica secondo le indicazioni del manuale di istruzioni. Sta al proprietario/conduttore assicurarsi che l’impianto sia mantenuto correttamente.

Per gli impianti con carica superiore a 3 kg è obbligatoria la ricerca delle fughe almeno una volta l’anno, vedi anche il post sugli F-gas.

Le manutenzioni ordinarie che non modificano l’impianto né le regolazioni, come la pulizia del condensatore dal lato aria, possono essere eseguite da personale con competenza adeguata.

Non è consentito caricare l’impianto con refrigerante diverso da quello indicato nella targa macchina, salvo diversa specifica del costruttore.

La norma ha un diagramma di flusso per stabilire se, come, e quando il refrigerante usato possa essere riciclato, ovvero debba essere rigenerato o smaltito. Si può riutilizzare il refrigerante solo all’interno dello stesso impianto e solo se il circuito non ha subito una pesante contaminazione a causa di un motore bruciato. Prima del riutilizzo è necessario eseguire un test antiacido e se necessario un riciclo. In tutti gli altri casi occorre smaltire il refrigerante oppure analizzarlo per un’eventuale rigenerazione.

La norma consentirebbe al tecnico di riciclare il refrigerante con un apparato idoneo per poi riutilizzarlo in impianti simili. Tuttavia, per l’R22 e per gli altri HCFC, il regolamento CE  1005/2009 permette il riciclo solo sullo stesso impianto e solo sino al 31 dicembre 2014. Fino alla stessa data si possono utilizzare HCFC rigenerati, ma per tutti gli altri refrigeranti che danneggiano lo strato di ozono, come l’R12, il regolamento ne vieta qualsiasi tipo d’impiego, incluso il riutilizzo nello stesso impianto.

Quando si deve aprire una parte del circuito frigorifero per una riparazione o perché l’impianto va smaltito, occorre fare il vuoto in quella parte sino 0.3 bar assoluti, se la temperatura ambiente è di 20 °C; per le altre temperature, è necessario raggiungere una densità del gas pari a quanto si avrebbe a 0.3 bar e 20 °C.

Anche quando il refrigerante recuperato è destinato allo smaltimento, non si possono mischiare refrigeranti diversi nella stessa bombola.

Le operazioni di recupero per lo smaltimento dell’impianto devono essere registrate nel libretto, ma non è chiaro per quanto tempo debba poi esser conservato il libretto.

 

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Si analizzano la direttiva PED e le relative implicazioni pratiche.

Ambito di applicazione

La direttiva CE n. 97/23 [PED] si applica ai recipienti, alle tubazioni, agli accessori di sicurezza, agli accessori a pressione, e a tutte le attrezzature che comprendono almeno uno di questi componenti, e che operino a pressione superiore a mezzo barg (mezzo bar sopra alla pressione atmosferica).
Sono escluse dalla PED le seguenti categorie:

  • piattaforme offshore
  • bombolette spray
  • attrezzature di categoria I soggette alla MD—vedi sotto
  • centrali nucleari
  • pozzi petroliferi
  • compressori e pompe—in quanto il rischio meccanico è preponderante
  • palle da gioco e imbarcazioni gonfiabili—per l’involucro flessibile
  • bottiglie e lattine per bibite
  • tubi e termosifoni per acqua calda

Requisiti essenziali

La PED ha il merito di stabilire una classificazione precisa delle categorie di attrezzature. I fluidi (gas, vapori, e liquidi) sono divisi in due gruppi; al gruppo 1 appartengono quelli pericolosi e cioè esplosivi, infiammabili, tossici, ovvero ossidanti; al gruppo 2 appartengono tutti gli altri, tra cui i freon e la CO2 (anidride carbonica). Le attrezzature sono classificate in base al gruppo del fluido, alla pressione e alle dimensioni.

La PS è la pressione massima per la quale l’attrezzatura è progettata, specificata dal fabbricante e misurata in barg, cioè bar sopra la pressione atmosferica.
La dimensione dei recipienti è data dal volume interno V misurato in litri, mentre per le tubazioni si considera il diametro nominale DN misurato in mm, riferito approssimativamente al diametro esterno o alla filettatura, vedi tabella sotto.

DNdiam. est. in mmDNdiam. est. in mm
1018.05060.3
2026.76576.1
2533.48088.9
3242.190101.6
4048.3100108.0
DN delle tubazioni in rame secondo EN 14276-2:2007.

I recipienti si classificano secondo il prodotto PS*V misurato in barg*L, le tubazioni in base al prodotto PS*DN misurato in barg*mm.

Per i fluidi del gruppo 2, la classificazione delle attrezzature è come segue.

Ricadono nell’articolo 3.3—categoria non soggetta a PED—le attrezzature seguenti.

  • recipienti con almeno una delle specifiche seguenti
    • PS≤0.5 barg—dove ≤ significa minore o uguale
    • PS≤1000 barg e allo stesso tempo V≤1 L
    • PS*V≤50 barg*L
  • tubazioni con almeno una delle specifiche seguenti
    • PS≤0.5 barg
    • DN≤32 mm
    • PS*DN≤1000 barg*mm

Invece della descrizione a parole, è molto più semplice derivare la categoria dai diagrammi allegati alla PED.

Categorie PED dei recipienti per fluidi del gruppo 2

Categorie PED dei recipienti per fluidi del gruppo 2

Categorie PED delle tubazioni per fluidi del gruppo 2

Categorie PED delle tubazioni per fluidi del gruppo 2

Tra i requisiti essenziali primeggiano il personale, le procedure, e i controlli di fabbricazione.
Secondo l’articolo I.3.1.2 della PED, per le attrezzature a pressione, le giunzioni permanenti delle parti che contribuiscono alla resistenza alla pressione dell’attrezzatura e le parti ad essa direttamente annesse devono essere realizzate da personale adeguatamente qualificato e secondo modalità operative adeguate.
Per giunzioni permanenti si intendono le giunzioni che possono essere disgiunte solo con metodi distruttivi.
Un’ulteriore precisazione si trova alla sezione 5.3. L’approvazione delle modalità operative e del personale sono affidate, per le attrezzature a pressione delle categorie II, III, e IV, a una terza parte competente che è, a scelta del fabbricante, tra le seguenti:

  • un organismo notificato
  • un’entità terza riconosciuta da uno Stato membro come previsto all’articolo 13

Si vede che questi requisiti si applicano al personale che costruisce i serbatoi ma non ai frigoristi che brasano le tubazioni sino al diametro nominale 100 mm, in quanto queste ricadono al più in categoria I. La norma EN 378 specifica i requisiti più dettagliati per gli impianti frigoriferi e può sostituire la PED, in quanto un impianto conforme alla EN 378 si presume per legge conforme alla PED.

Ogni attrezzatura deve essere soggetta a controllo finale e verifica di conformità, che può essere su base statistica per le attrezzature in categoria I.  Per le attrezzature in categoria II o superiore è previsto l’intervento più o meno assiduo di un ente notificato per le ragioni indicate nei principi generali.

Assieme

Nel linguaggio della PED un assieme è tradotto in italiano come insieme, dall’inglese assembly, e denota varie attrezzature a pressione montate da un fabbricante per costituire un tutto integrato e funzionale.
Secondo l’articolo 1.1, la direttiva PED si applica alla progettazione, fabbricazione e valutazione di conformità delle attrezzature a pressione e degli insiemi sottoposti ad una pressione massima ammissibile PS superiore a 0.5 bar.
Gli impianti frigoriferi sono assiemi e quindi ricadono in pieno nella PED.
Tuttavia vi è una semplificazione nel mettere insieme componenti già marchiati PED: è sufficiente verificare la conformità dell’integrazione tra i componenti, i mezzi di carico e scarico dei fluidi, e le protezioni per limitare le pressioni.

Marcatura CE

Nel caso di insiemi di componenti a pressione, come gli impianti frigoriferi, un unico marchio CE è sufficiente, ma non si devono rimuovere le etichette dai componenti che le hanno già.
Per gli impianti frigoriferi, il marchio CE deve riportare le seguenti informazioni:

  • nome e indirizzo del fabbricante
  • anno di fabbricazione
  • numero di matricola o altro identificativo
  • eventuale volume in L
  • eventuale dimensione nominale DN della tubazione
  • eventuale pressione di prova
  • eventuale taratura del pressostato e della valvola di sicurezza
  • eventuale assorbimento in kW
  • eventuale tensione di alimentazione in V
  • eventuale carica di refrigerante in kg
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Si analizzano la direttiva macchine e le relative implicazioni pratiche.

Ambito di applicazione

La stessa direttiva macchine [MD] stabilisce cosa si intenda per macchina, e lo fa in maniera apparentemente contraddittoria; tuttavia la definizione va intesa semplicemente come individuazione dell’ambito d’applicazione della direttiva. Semplificando al massimo, la direttiva identifica due diversi tipi di macchina:

  • un insieme azionato da una forza che non sia umana o animale e che comprenda almeno una parte mobile
  • un dispositivo di sollevamento alimentato dalla forza umana diretta

I seguenti sono esempi di non-macchina ai fini della direttiva:

  • una carriola—in quanto azionata a mano
  • un trapano a manovella
  • una macchina da cucire a pedali
  • una pompa di bicicletta
  • un carretto tirato da un asino
  • una pianola elettrica—in quanto non ha parti mobili
  • una cucina a gas

I seguenti sono esempi di macchina ai fini della direttiva:

  • un trapano elettrico
  • una macchina da cucire elettrica
  • un compressore d’aria—anche se le parti mobili non sono a vista
  • un impianto frigorifero
  • una macchina impastatrice
  • un paranco a mano—in quanto usato per sollevare

La direttiva si applica anche ad altre attrezzature, tra cui componenti di sicurezza e accessori, qui non trattate.

Requisiti essenziali

Com’è possibile immaginare, i requisiti essenziali di sicurezza e di tutela della salute relativi alla progettazione e alla costruzione delle macchine sono molteplici. Vi sono principi generali, utili dal punto di vista del metodo, e principi speciali applicabili in base alla macchina.

I seguenti sono principi generali tra i requisiti essenziali della MD:

  • stabilire i limiti della macchina, l’uso previsto e l’uso scorretto ragionevolmente prevedibile
  • individuare i pericoli e le situazioni pericolose che ne derivano
  • stimare i rischi, tenere conto della gravità del danno alla salute e della probabilità che si verifichi
  • valutare i rischi per stabilire se ne sia richiesta una riduzione
  • eliminare i pericoli o ridurre i rischi che ne derivano, applicando le misure della direttiva

Come criterio generale, una macchina dovrebbe essere intrinsecamente sicura per progetto e costruzione, in mancanza, occorre adottare le misure di protezione necessarie e, in ultima istanza, bisogna informare gli utilizzatori dei rischi residui.
Alcuni requisiti dei sistemi di comando sono elencati di seguito:

  • un’avaria nell’hardware o nel software del sistema di comando non deve creare situazioni pericolose
  • gli errori della logica del sistema di comando non devono creare situazioni pericolose
  • la macchina non deve avviarsi in modo inatteso
  • i dispositivi di isolamento (sezionatore blocco porta) devono poter essere bloccati (lucchettabili) nel caso in cui l’operatore non possa verificare l’effettivo costante isolamento da tutte le posizioni cui ha accesso

Assieme

Nel linguaggio della MD, una quasi-macchina è un componente che deve essere assemblato assieme ad altri per ottenere una macchina che svolga una certa funzione. Nel caso degli impianti frigoriferi, il compressore, l’evaporatore e la valvola solenoide sono quasi-macchine, in quanto dispositivi compiuti e tuttavia inutilizzabili da soli.
Un assieme di quasi-macchine (componenti), che per raggiungere uno stesso risultato sono disposti e comandati in modo da avere un funzionamento solidale, è considerato una macchina e pertanto ricade nella direttiva. Ne deriva che chi assembla un impianto frigorifero a partire dai componenti è soggetto a tutti gli obblighi della MD, in particolare, non è sufficiente creare una cartellina con le certificazioni dei componenti utilizzati.

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